Picasso, Mirò e Dalì, giovani e arrabbiati: la nascita della modernità

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Firenze Palazzo Strozzi

Scrivo questa nota con enorme ritardo, azione per la quale mi macchio di aver già dimenticato l’ordine di distribuzione dei quadri lungo il percorso museale.

Tuttavia, ho memoria di un tracciato molto scorrevole e dinamico: si apre su una breve panoramica di Dalì in un periodo di sperimentazione cubista, si spezza con un Picasso, uno solo, seguito da ben due Mirò già maturi.

Sala successiva:l’evoluzione ritrattista di Dalì che passa da un genere quasi decò nel mezzobusto della sorella – che comunque presentava sfondi metafisici – ad un pronunciato accento impressionista in un suo autoritratto – con un salto di colori assurdo, dal momento realista al momento “pastello sfrenato” -.

Mi viene in mente solo il commento “Molto arcaico”, nell’esecuzione, nulla a che vedere con l’aspetto più commercializzato e distribuito dell’artista negli ultimi decenni.
Tra i tanti mi ha molto colpita un ritratto amichevole di un giornalista, un olio piuttosto piccolo, con presenza di forti neri e grigi, volto compreso.

Nella stessa stanza, face to face, ho potuto osservare dei Mirò – sempre ritratti – di una portata espressiva quasi fastidiosa: prevalenza di pennellate acide e sgargianti sui toni più scuri, forse atte a isolare ed esaltare la figura; vera attitudine e amore verso il colore Verde.

Segue ala paesaggista, filo vedutista, con dominanza Daliniana che, ammetto, non mi ha particolarmente attratta se non per l’esecuzione tecnica: infatti ho accusato molto di più il colpo nella sezione “nature morte”, specialmente per la contrapposizione degli stili: il sunto è che sia Mirò che Dalì erano alla ricerca di qualcosa di più potente, ma per ottenerla sono dovuti passare per la sperimentazione degli stili più in voga del loro periodo.

Ritrovo infatti dei pezzi di Dalì che richiamano vagamente Leger e massacrano questo profumo tubista con la natura morta di un pasto lasciato lì, a se stesso, tra le lenzuola scomposte della camera da letto.
Ottimo lo stacco sui quaderni di Picasso che si impongono con le loro linee veloci e grafiche dei bozzetti “Cahier 7”, e aprono un atrio di quadri al limite del paranormale: aldilà della cifra stilistica e dell’innata capacità latina nel riassumere i concetti con pochi tratti, sono stata brutalmente violentata da un quadretto, un modesto quadrettino che messo lì, uno scorcino forse di Parigi o forse Spagnolo, absolutely blu period, in cui la sensazione prevalente è quella della sospensione sul cornicione di uno di quei palazzi alti, tentati dal tuffo nell’aria fredda, forse dell’ora di passaggio tra notte e mattina.

E in questi sprazzi delicati di sindrome di Stendhal, che si sono susseguiti quasi per ogni opera, compreso l’episodio di un non-finito grande quanto una cartolina da Rimini, la mostra si va a concludere con tre fondamentali opere riassuntive di dimensioni iconiche che, secondo me, gridavano:

Siamo dei geni assoluti e siamo qui per cambiare la storia dell’umanità. Sappiamo di esserlo. Sappiamo di poterlo fare.”

Osservazioni e menzioni particolari le farei soprattutto a proposito del guazzo (gouache), molto adoperato da Dalì: colore a tempera appesantito da pigmenti e gesso, in miscela con gomma arabica. Utile per ampliare il senso di profondità e per accentuare la pastosità della materia, del senso dell’ammasso simultaneo delle pennellate.
Piccolo commento anche sulla possibilità di stare con il naso a 10cm da un Picasso, potendolo annusare e potendone sentire, oltre che vedere, le pennellate.

Altra nota riguarderebbe la porosità dei supporti, ma non sono un professorino navigato, quindi lascerò tutto alle mie fantasie.

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Disposizione quadri: 9
Illuminazione: 8
Tematica: 10
Prezzo: €10
Tempo: sulle 3h

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