Bill Viola

Firenze – Museo Gucci

Bill Viola, Amore e Morte

Mi è capitato di conoscere Bill Viola al Centre Pompidou di Parigi nel 2006 e sono stata illuminata come sulla via di Damasco da performance del calibro di Anthem, iniziando una sorta di morbosa curiosità e venerazione verso questo tipo di performance.

Non potevo perciò mancare alla proiezione del Museo Gucci, ed ho costretto la mia metà ad accompagnarmi: per raggiungere la sala proiezioni bisogna inizialmente sfilare lungo il museo stesso che propone la moda di cui fa da portanome; si tratta di sobrietà, linee pulite di cuoio e pelle che non preludono affatto all’imminente video “Amore e Morte“.

Arriviamo a proiezione già avviata: si tratta di un incendio su uno specchio d’acqua, con il fuoco storpiato e fuso in piccole mareggiate fino a trasfigurarsi in psichedelia. Man mano diventa sempre più blu, facendo sembrare questo grande schermo verticale un acquario cobalto ma, dal buio, emerge un corpo bianco, statico, che segnala la sua pesantezza rimanendo disteso su un blocco di marmo.Bill Viola
Una goccia dopo l’altra inizia a piovere, prima in discreti puntini luminosi poi in un acquazzone, fino al librarsi del cadavere contro la
La pioggia ora si attenua, la scena di rabbuia facendo tornare ogni cosa ad un punto di partenza che sa di inamovibile.gravità, tanto da portarlo fuori dalla scena; il rumore dell’acqua, come il precedente rumore del fuoco, sfascia i timpani senza complimenti.
Torna l’incendio spezzato a metà da una figura umana di spalle – almeno credo -, nera, controluce, che pare fissare in trance le lingue di fuoco: grazie alla massa d’aria spostata si iniziano ad intravedere le velature del vestito, i lembi trasparenti che si muovono, e la camera che si avvicina con una lentezza disagevole finché, l’Eterea, non si getta là in mezzo smuovendo l’acqua sotto di sé.Dissolvenza.

Riecco in loop il fuoco mischiato ai strani effetti allucinogeni che lo distorcono facendolo sembrare lava gialla e rossa. Il rumore è sordo e con calma sfuma verso il silenzio.

È tutto ripreso in slow motion.

Sala 2, video “Cinematography”, altra proiezione già avviata da poco.
Ci sediamo davanti ad una distesa di neve sovrastata da un cielo lattiginoso; unico stacco, un rettangolino sfocato in lontananza che sembra camminarci incontro. Dovrebbe avere due gambe.
Il piano visivo sembra quello di un ubriaco ma nonostante le aspettative la figura in movimento cade e lì muore la ripresa.

Stacco su una serie di piani deserti, ripresi come se fossero gli scatti di Marte: il cielo ora è blu e una nuvola ci fa sapere che il deserto è sempre lo stesso nonostante i cambi di inquadratura. Arriva poi uno sconosciuto che tira un sasso in una buca piena di acqua torbida: vacillano riprese da più angolazioni, sempre più vicine, finché i riflessi su di essa si trasformano negli sfocati miraggi di un posto molto, molto caldo.

In uno di questi scenari, quello che sembra una roccia si alza e inizia a camminare finché bruscamente ne appaiono 10, 20, 30 figure, tutte in movimento; una macchia viola si piega su una macchia più scura e chiama qualche altra sagoma marrone, costituendo un folto gruppo di curiosi senza contorni definiti.

Dissolvenza in nero, altro miraggio.

Spighe e pickup e margine di una strada: sono tutti paesaggi con diversi tipi di desolazione e l’uomo è solo una pietra dai contorni molli che ogni tanto si muove.

Due motociclisti passano, sono gli unici a fuoco: rumore ovattato di motori con sibilo in sottofondo, ma subito passa un cammello.

Mi rendo conto ora, dopo aver fissato tutti questi sfondi incandescenti, che non si tratta più di “landscapes” ma di zone a corrente continua in preda a energie atomiche, di una staticità ipotetica e precaria.
Alcuni shoot sono fortemente anni ’80.

bill viola

A videotape by“.

Passano i titoli di coda, i ringraziamenti, i video e i luoghi, perché siamo di una puntualità imbarazzante e questa volta il ritardo si trasforma in anticipo.
Ecco che riparte, con “Migration” e delle sbarre lucenti, con un pendolo in background, oro e bronzo verso il nero.

Un uomo va verso di loro e si scopre che, in realtà, si tratta di tavolo e sedia grazie ad una lentissima messa a fuoco: i rintocchi continuano, primo piano del tavolo e ciò che vi è sopra, gradualmente, con focus sulla bacinella d’acqua che riflesse il viso del protagonista.
Non so perché, ma nei video di Viola mi aspetto sempre che succeda qualcosa di mostruoso da un momento all’altro.

Toc. Plop.
Uno si sente, l’altro si immagina.

Il fondo cambia colore con un ingrandimento che ci fa quasi entrare dentro le gocce d’acqua.

Nero di colpo, altro titolo di coda. 1976 – Bill Viola

Si parte con “The reflecting pool” di cui lascio il video qui sopra – che sicuramente è più trascinante di una mia didascalica recensione – e subito sotto “Ancient Days“, visto nella stessa esposizione.

La produzione di questa sala prosegue su diverse riprese di paesaggi, come una casa in mezzo al niente, magari in Canada, forse un fienile, forse non so. Poi eccolo, il ghiacciaio. Torna impetuoso, ed eccolo, pure lui, il bipede che si avvicina.

Titoli di coda.

Usciamo dalle sale ripiene come delle quaglie da cuocere, frastornate dall’infinità di interrogativi posti dai capolavori di questo videoartista: Viola imposta il suo lavoro sulla ricerca delle domande fondamentali, sulla percezione, sulla vita, sulla morte, sugli stati simbolici dell’uomo e l’unico modo per godere dei suoi lunghi silenzi e delle scene a rallentatore è sentirsi parte dell’opera, immedesimarsi con gli stati d’ansia e di ardente passione; a tal proposito vi linko un articolo molto interessante, e ne cito anche, in saluto, un breve pezzetto:

Tra gli aspetti più originali adottati da Viola in tutti i suoi video, quelli che si notato in modo particolare sono l’uso estremo del rallentatore, quasi come a voler cercare la stasi della pittura nel filmato; il suono che se da un lato sembrerebbe associato naturalmente all’immagine, in realtà è accuratamente progettato. Altro costituente che da sempre caratterizza le produzioni di Viola è l’uso dello spazio come elemento  narrativo, muovendo lo spettatore all’interno della narrazione dell’opera, commuovendolo attraverso l’identificazione con il soggetto rappresentato

Disposizione opere: 10
Illuminazione: 10
Tematica: 10
Prezzo: 6€
Tempo: 2h

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