Anni ’30 – Arti in Italia oltre il Fascismo

Firenze, Palazzo Strozzi

anni30

I dettagli della mostra sono contenuti sul sito, reperibili qui.

A seguito di un’attenta spulciatura della pagina di cui sopra ho trovato il booklet dell’esposizione, quindi non approfondirò artista per artista con dei commenti più o meno brevi, ma mi limiterò ad una panoramica generale e a qualche frecciata.

Ci sono voluti mesi prima che inaugurassero la mostra ed io già dai primi manifesti gridavo “Ci devo assolutamente andare! Ci vado domani! Ci vado martedì! Ci vado venerdì! Prossima settimana non ci sono sconti, ci andrò!” e alla fine sono arrivata quasi al limite consentito per vederla. Ma alla fine ce l’ho fatta e armata di taccuino e Accompagnatrice Ufficiale – da oggi abbreviata A.u. – mi sono catapultata a Palazzo Strozzi.

Parlando all’imperfetto posso dire che faceva un freddo cane, avevamo pagato metà prezzo per il biglietto e l’altrà metà per la

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Strozzina CCC, e, salite le scale ripidissime, abbiamo iniziato il percorso: parlando al presente atemporale direi che apre la mostra “Testa” di Arturo Ferrarin, un capo in stile Imperiale, lucido, ambrato, perfettamente scolpito e senza bulbi oculari, fierissimo.

Subito dietro il figurino abbiamo uno dei vari Sironi con “La Famiglia“, 1932, che prelude a una moltitudine di artisti tra cui le tavolozze chiariste del DeBon, le fotografie pastose en-plen-air di Tosi e la pietra-femmina “Donna al Sole” di Martini: di quest’ultima vorrei sottolineare la gamba leggermente discostata che invita al tuffo nel suo sesso o in quello altrui.

Non può mancare lo strafottente Carrà, Morandi, l’iconico Antonio Donghi – che presterà il suo quadro quale immagine simbolo della mostra -, il masaccesco Soffici, Rosai, Viani, Chessa.

Mi intriga di più Casorati, mellifluo e vagamente post-impressionista, assieme al magistrale Bolaffio che dà un’immagine della vita tutta pastello nel “Trittico del Porto“, o un Nathan che si lega al senso di desolazione proprio della metafisica.

La prima parte è un frullato marrone-azzurro-marrone finché non si capitombola in un altra pagina di storia: parliamo dell’Italia fascista vera e propria ma non solamente per le brutture della dittatura, ma anche per quella parte fatta di teste innovative, “giovani, belli e dannati”.
Quindi, eccola là, la Milano in cui si lancia Guttuso con il suo Gruppo Siciliano, o quella generazione di azzardatori professionisti che mette su l’irrealismo.

Questa gente – Scipione, Licini, Crali, Prampolini, Sassu – prende l’istinto del fare e lo distrugge a schiaffoni, scolpisce la schiena del “Campione Olimpico” di Fontana con due spalle tali da sfondare il muro della realtà perché a loro, la realtà, appare molto più ingombrante e castrante delle idee che hanno su di essa, ma anche perché il futurismo stava scuotendo talmente tanto l’arte italiana da far arrivare l’eco del dinamismo alle orecchie del più ignorante degli ignoranti.

Ora mi butto su Pippo Rizzo e vedo un po’ della Lempicka, poco più in là vedo Mucchi ma in realtà sto guardando Otto Dix – che verrà con due o tre quadri più avanti – e alla fine arrivano DePisis e Levi che si spalleggiano a vicenda e De Chirico affiora ne “Canzone Meridionale“.

Anni '30

Non dimentichiamo, tuttavia, che questi Artisti lavoravano per lo Stato: la propaganda fascista si basava anche su una serie di espedienti sociali e pubblicitari che le permettevano di legarsi strettamente con il territorio e con l’Arte contemporanea, radicandosi di conseguenza alla percezione del pubblico che la inseriva inconsapevolmente nel proprio vivere quotidiano.
Le grandi imprese decorative – si legge – erano inscindibilmente legate all’Architettura ed erano collocate appositamente in spazi pubblici facilmente accessibili (stazioni, poste, palazzi di giustizia…)“.

Questo estratto si potrebbe incarnare nell’opera “Testa di Vittoria” di Martini, quale frammento degli eroi di “Giustizia Corporativa”, e “La Giustizia e la Legge” di Sironi.

Certo, questi artisti, da che mondo è mondo, non erano esenti da forti critiche classiciste: si legge su “il Tevere” un interessante articolo intitolato “Straniera, bolscevizzante e giudaica“, in cui il lapidario Telesio Interlandi ritrae i vari Zenagni, Fontana e compagnia come un branco di degenerati, disfattisti per vocazione e necessità, dove “il «moderno» è la più grossa truffa tentata ai danni di una Italia provinciale“, ed anche “l’arte cosiddetta «moderna» non sia italiana, sia d’accatto negli angiporti dell’Internazionale […] Si tratta di sapere come farà l’Italia a liberarsi di una tirannia imbecille che la sfigura e la umilia“.

Molto attuale nel pensiero di tanti Italiani che vedono l’arte contemporanea come non arte.

Nel mentre prosegue la sperimentazione folle del gruppo della Galleria del Milione, ma soprattutto si approda al concetto di “design” dovuto alla massificazione della vita e alla riproduzione su larga scala dell’oggetto-Arte.
In tanti si sono allungati verso campi nuovi, tipo l’onnipresente Fontana, ma in questo reparto assaporo anche il genio di Gio Ponti, Pica, Chiesa e Pagano con sedie, prototipi di piantane in metallo e ceramiche.

Ci avviamo alla fine con una breve panoramica della sovrapproduzione fiorentina di quegli anni, distratta dal meraviglioso e aerodinamico “Il Tuffo” di Thayaht che non solo focalizza tutta l’attenzione su di sé, ma fende l’aria con il suo slancio olimpionico.
I busti, i bambini accovacciati, i gruppi umani in solite faccende affaccendati, la citazione sugli scappellotti presi agli Scolopi, ci porgono la chiusa ricordando che la vita non si era fermata durante gli anni bui del fascismo, anche se siamo abituati ad analizzare quel periodo solo in fatto di guerre e privazioni, tramite l’olocausto, Hitler e Mussolini.

Ma è dai cambiamenti più sconvolgenti che rifioriscono le menti più geniali.

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Disposizione opere: 10
Illuminazione: 10
Tematica: 10
Prezzo: 5€
Tempo: 2h

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