Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’Arte contemporanea

Firenze, Palazzo Strozzi

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Al solito, informazioni sulla mostra reperibili qui.

E ovviamente andiamo a questa expo subito dopo essere stata al piano di sopra.

Basiamo tutto sul trittico uomo-sfera interiore-mondo esterno, almeno da quando Freud ha spopolato; se usiamo questo tema e lo sovrapponiamo al lavoro di indagine esistenziale di Bacon otteniamo una riflessione su come e cosa viviamo oggi.
Francis, per gli ammiratori, lo si conosce grazie allo stile contorto e sofferto delle sue opere ragionatissime, forse per lui catartiche, dal tratto sfuggente, il colore inappropriato, le posture da esorcismo con, però, dei bozzetti preliminari tratti da testi medici o

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fotografie di indagine su mutilazioni e deformità.

C’è uno studio multistrato, ci sono i suoi schizzi, e poi c’è Nathalie Djurberg che si presenta con “once removed from my mother side“: video in plastilina con una figlia che si prende cura di una grassa, malforme, morbosa madre che tende a mangiare qualsiasi cosa, anche se stessa, con la probabile metafora della una donna dominante e fagocitante tutto, anche la vita dei suoi figli.
Con l’inquietudine di questa schiavitù mista a devozione mi dirigo, da sola, verso la caverna che ospita un altro video intitolato “of course I am working with magic“. Mi ricorda un Utero buio e intimo.

Altra performance della Djurberg con “Das waldhauschen” che è, invece, una casetta di legno e paglia posta davanti al video di una donna che muore nella foresta: le riprese ricreano tutto il processo della decomposizione, con la comparsa di svariati animali che banchettano allegri, su un sottofondo musica fiabesco che mortifica l’epilogo.

Di Adrian Ghenie ricordo la bellissima resa sulle tele, ma non posso dire di ricordarmi di nessun quadro in particolare; stacco su Bacon che tenta di trasmettere “la realtà nel suo momento più straziante” con risultati deformanti che, inaspettatamente, partono dalle fotografie accartocciate di amici e parenti.
Riprendiamo con le riflessioni emotive sul sé di Annegret Soltan, scelta anche come immagine di questa mostra. Che dire? Fili. Fili e Reti e Fili ancora. E suture.

Mi scompone peli e capelli per il fascino clamoroso l’installazione “In Between” di Chiharu Shiota dove la vita è, letteralmente, un intreccio: trattiamo di “tensione esistenziale tra la presenza e l’assenza, il pieno e il vuoto”.
Si tratta di una installazione specifica per il posto in cui andrà a lavorare l’Artista, pertanto non è replicabile altrove, e il lavoro tramite i fili ricrea quell’ossessione intensa che muove l’operatore da una parte all’altra delle sue indagini: questa ricerca estenuante si sforza di creare un’ambiente che, invece, parla di totale staticità ed astrazione dal tempo.
Il risultato che si ottiene è un’ambiente intimo ma impersonale che porta lo spettatore ad una riflessione istantanea su se stesso e sulle sue emozioni interne.

Il resto del percorso mi rimane un po’ indigesto tanto da non avere nulla da dire su Arcangelo Sassolino, semplicemente perché la sua installazione non l’ho ben capita.

E per il resto devo dire che è pieno di Americani orgogliosi di aver avuto tra le loro schiere un Artista, Bacon, così complesso.

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Ringrazio Valentina che mi ha rubato il telefono e ha scattato un paio di foto ricordo.


Disposizione opere: 9
Illuminazione: 10
Tematica: 6+ per l’impegno ad incastrare gli artisti per forzare un percorso comune
Prezzo: 5€
Tempo: 1h

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