The Player

Firenze, Museo Marino Marini

the player

Informazioni sull’esposizione sono le trovate qui.

the player, il volantino

Se qualcuno fosse interessato ad aprire la pagina di cui sopra potrebbe leggere il frontespizio di un volantino A4 che il Museo stesso rilascia al visitare prima di iniziare il percorso espositivo; siccome è *tanta roba, anche un po’ troppo tronfia di termini e concetti da Artisti veri e propri, eviterò di copia-incollarlo e passerò semplicemente a postare il retro del volantino che, invece, era una stampata della disposizione della mostra.

Primissimo commento a caldo: il Museo Marino Marini è una figata. Seriamente, è ben strutturato, è la location perfetta per qualsiasi esposizione immaginabile, compresa un rassegna bondage per l’Eroticon.

Muri in pietra e volte basse, openspace e una gradinata di legno che conduce alla Cripta, sala scelta per questo evento; ovviamente Valentina ha imbracciato la macchina fotografica e saltellando si è prestata a fare foto praticamente a tutto.

Ma se non ci fosse stata una donnina a indicarci la direzione del percorso – e a rilasciarci un plico di fogli narrativi da restituire a fine giro – non sarei mai riuscita a trovarne un capo: capisco a posteriori il rilascio della mappa perché appena si approda nel sotterraneo non si dà assolutamente peso al primo pezzo esposto sulla destra, cioè “No extra time” di un certo Darren Almond.

No, aspetta, prima di indagare autore per autore vorrei fare una piccola personale premessa sulle installazioni e sull’Arte Contemporanea.

L’Arte viene suddivisa in periodi storici per facilitarne la catalogazione e lo studio; con la parola Contemporanea intendiamo quel periodo che va più o meno dagli anni ’60 ad oggi,  si indica infatti l’arte di adesso che non viene propriamente definita da uno o più correnti artistiche dominanti, quanto è soggetta a sperimentazioni e contaminazioni.
Si tratta perciò di un’evoluzione dell’Arte dove troviamo contaminazioni di vari generi, dove si preferisce “sporcare” un lavoro con tanti materiali e stili diversi per poter arrivare ad un concetto: è quindi un’Arte scevra dal purismo dei movimenti classici, perciò è difficile darle dei connotati ben definiti per delinearne uno stile riconoscibile al 100%.
A questo punto si riconosce anche un tipo di rappresentazione molto diffuso, quello delle installazioni e delle performance, che wikipedia ci aiuta a riassumere così:
Per installazione si intende un genere di arte visiva sviluppatosi nella sua forma attuale a partire dagli anni settanta. L’installazione è un’opera d’arte in genere tridimensionale; comprende media, oggetti e forme espressive di qualsiasi tipo installati in un determinato ambiente.

L’installazione va di pari passo con l’Arte concettuale, si può dire quasi che non c’è l’una senza l’altra, dove il concetto da esprimere Merda d'Artistaè più importante del risultato estetico ed anzi, per poterlo raggiungere, è necessario mettere in campo qualsiasi tipo di espediente: un esempio calzante ma da moltissimi frainteso è quello di Piero Manzoni con “Merda d’Artista“, dove scartando la parte sardonica dell’opera si analizza il mercato dell’Arte quale ignorante affamato di qualsiasi cosa purché firmata e numerata, ma si risale anche alla profondità del lavoro di un artista che deriva proprio dalle viscere e dall’elaborazione intestina di un concetto. E così via.

Quindi, tornando a monte, quando si partecipa ad una mostra in materia è necessario essere pronti a cogliere i pensieri dell’Artista, non tanto il veicolo con cui ce li presenta. Bisogna aprire un po’ la testa e cercare di capire la sensazione, l’emozione buona o cattiva, il benessere o il disagio, che qualcuno voleva darci facendo quella cosa, probabilmente volendo scatenare altre riflessioni su una moltitudine di temi trasversali.
Tanto più che nella premessa alla mostra viene spiegato come “The Player” vuole esortare il visitatore a crearsi un proprio percorso riflessivo, una sua narrazione interiore di quello che vede.

Dicevo, tale Darren Almond ci propone un orologio incompleto perché vuole indagare sulla natura del tempo, infatti nel volantino possiamo leggere “emerge che il tempo, non importa se differenziato in giorni, ore […], non è solo un concetto fluido, ma quasi un materiale plastico, generatore di spazio e profondità“.

Segue un caleidoscopio in un parallelepipedo di legno bianco intitolato “Sunset Kaleidoscope” di Olafur Eliasson, puntato in direzione di “Untitled” di Piotr Uklanski, che sfrutta i giochi di immagine forniti cortesemente dalla fisica meccanica, rifrazione della luce, tramite una serie di lenti che roteano su loro stesse. Il concetto di questo lavoro è che, cito sempre dalla descrizione sul volantino, “[…] non solo la realtà cambia da persona a persona, ma che la realtà di una persona può cambiare a seconda della lente o della luce attraverso le quali osserva ciò che lo circonda.“.

Salterò a pié pari “Raffia intrecciata” di Giuseppe Gabellone perché non so bene dove collocarlo a livello di ragionamento, e attraverso il ponticino di legno posto a metà sala per osservare il grande occhio stampato su pvc del famoso Uklanski: teoricamente io, osservatore, dovrei incappare in un gioco di sguardi e connessioni emotivo-voyeuristiche con il bulbone di Stephanie Seymour.

Scanso un po’ la questione e passo oltre; Mona Hatoum mi propone “Traffic III“, cioè due valigie legate tra loro tramite capelli umani che meritano un secondo di riflessione: questo lavoro è il prodotto derivato dall’analisi dell’effetto del viaggio sull’uomo e mona-hatoum-trafficdell’instabilità che inevitabilmente provoca, perché il nomadismo o lo spostamento continuo da un punto ad un altro, non solo fisico ma anche mentale, sradica qualsiasi legame. Puoi legarti ad una casa, ad un cane, ad un posto di lavoro, ed esserne sradicato subito dopo e questo genere di evento andrà ad incidere un po’ alla volta sulla capacità di creare vincoli con cose e persone.
È proprio del viaggiatore avere come unico legame se stesso – e a volte nemmeno quello – ma anche la difficoltà di accordarsi a qualcosa o qualcun altro è tipica: i capelli umani che fuoriescono dalle valigie indicano forse questo, o forse sottolineano come sia impossibile contenere l’anima dentro un pacco con una cerniera, perché tutto il vissuto e la personalità non possono proprio starci in un confine definito.

Il mio interesse si ravviva – così come la reflex di Valentina, che nel frattempo scopre le pose più improbabili per fotografare tutto il fotografabile – e si dedica a “Untitled, from Memory Bucket” di Jeremy Deller, una specie di tuffo nell’America texana di Crawford, città natale di Bush, esplorando il punto di vista di un fotografo Londinese con la vita statunitense, affascinante ma piena di contraddizioni e fondamentalismi.

Pawel Althamer, “Kapcie (slippers)“, lavora con gli esseri emarginati e marginali della Società, e, presentando questo lavoro, mi richiama le masse di scarpe abbandonate dopo i campi di concentramento; Damien Ortega risveglia la bambina che è in me con “Furtuitous rotation“, titolo impronunciabile che sta per una serpentina di pianeti e sfere di varie dimensioni: indagando sull’Artista si risale ad un’interessante scala di opere che movimentano l’inamovibile, un po’ critiche, un po’ politicizzate, ma anche talmente profonde da sembrare delle lenti di ingrandimento sull’intimità delle cose.

017Spuntano due piedi sospesi nel niente grazie a Urs Fischer in “September Song” che ci sballano i richiami tra la scultura classica e l’idea di un *viaggiatore a riposo; Keith Edmier & Farrah Fawcett riescono secondo me nel loro intento con “Shell“: ci ritroviamo davanti ad una conchiglia pervinca con della finta sabbia dentro in cui – cito – “Lo spettatore dunque si trova a lavorare in absentia, ricostruendo mentalmente non solo l’immagine della Fawcett ma, presumibilmente, anche un ipotetico finale per i propri miti“, cioè grazie alla fama della Charlie’s Angel ci immaginiamo una biondona che sale su questa conchiglia e ci lascia le impronte. Funziona,  ma funzionerebbe anche senza l’ausilio di un’icona degli anni ’70, perché tutti notando i piedi verrebbero portati a chiedersi come siano stati fissati sul materiale. Facciamo finta di non dare peso a tutta la parte secondo la quale Edmier parla dei propri eroi di bambino che vengono rielaborati ecc ecc, guardiamo la reazione più spontanea, una donna nuda che sale sopra una conchiglia blu, magari aiutata dall’Artista, e l’associazione diretta al quadro del Botticelli.

A parete trovo delle fotografie di Rineke Dijkstra che ci sbatte in faccia il disagio adolescenziale paragonando il prima e il dopo di due ragazze; il lavoro e il suo significato sono molto più complessi, la fotografa vuole catturare la fase di stasi, di attesa, la difficoltà di definire il proprio ruolo, vuole trascinarci dentro la pubertà di nuovo – no, grazie -.
Poco distante una carrellata di foto di Tacita Dean che non so commentare. Forse Alberi.

Posto infondo ad un lungo e buio corridoio trovo “Self Portrait with Knickers“, per l’appunto autoritratto di Sarah Lucas, che la didascalia descrive così: “[…] Come in tutti gli autoritratti, lo sguardo è fisso verso lo spettatore, senza nessun compromesso. Crea un’immagine di femminilità ribelle, aggressiva, sempre in pose volgari, quasi a emulare gli stereotipi maschili più consunti, e a puntellare un’esistenza dove non tutto fila liscio. Quasi come degli oggetti surrealisti, i suoi autoritratti, volutamente grotteschi e disturbanti, innescano un cortocircuito linguistico e mentale nello spettatore, sorpreso nel suo stesso voyeurismo“.
Posso dirlo? Io non ho subito niente, nessun cortocircuito, non mi sono sorpresa e continuo a pensare di non essere un voyeur. Di disturbante c’era solo la bellissima cornice che ha valorizzato eccessivamente una fotografia messa lì a caso.

Tale Marepe presenta “Pinauna“, opera realizzata con crini di cavallo intrecciati e lavorati quali portavoci di quella semplicità di materiali e intenti che portano comunque tanta grazia e bellezza – ?!  -.

Va beh, passo oltre, mi accingo a capire l’intricato lavoro polemico di Simon Starling in “By night the Swss buy cheap-rate electricity from their neighbours which they use to pump water into holding reservoirs. By day they use the stored water to generate hydroelectric power which they sell back to their neighbours at peak-rate prices (after Christopher William/ after Jean-luc Godard)”.
Letteralmente si traduce con “Di notte la Svizzera compra a basso costo l’elettricità dai suoi  Stati vicini che poi usa per incabinare acqua nelle proprie riserve. Di giorno usa l’acqua delle dighe idroelettriche per produrre elettricità che verrà rivenduta agli Stati a prezzi altissimi (dopo Christopher William/ dopo Jan-luc Godard)“.
In sintesi è una foto di una foto, similitudine dell’elettricità che viene rivenduta il giorno dopo.

A parte il tono polemico sulla polemica – è un loop – di Starling, nella stessa stanza c’è qualcosa di visivamente più accattivante, si tratta di “Senza titolo” di Stefano Arienti: il lavoro è basato sul riuso di immagini preesistenti, in questo caso le pagine di topolino, con interventi non troppo invasivi e ripetitivi, fino all’assemblaggio; da un lato, il volantino, mi parla di riflessione evolutiva sui processi di sviluppo che avviano a cambiamenti improvvisi e a nuovi comportamenti, dall’altro si tratta di utilizzare della materia povera per creare una dimensione scultorea dinamica e intrigante.
Si torna sempre al punto in cui finalmente gli Artisti vedono il vero potenziale delle cose, anche quelle più misere, ed è probabilmente sullo stesso concetto che si basa l’ultima esposizione di Gabriel Orozco, “Cemetery #4, #5, #6“: abbiamo un soggettone che mette oggetti trovati a caso su una scena, li fotografa, per poi sventolare il concetto di atelier nomade e gridare all’originalità.

Bitch Please!

Guarda le foto:

Disposizione opere: 8
Illuminazione: 10
Tematica: 5
Prezzo: 4€
Tempo: 1h

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