Cosa ho imparato dalla Mainland China

La decisione di partite alla volta della Cina mi attanaglia ogni beatissimo anno della mia vita.

Grandi statue di resina ovunque

Perché? Non lo so. O meglio, non lo so perché proprio l’Asia. Cina, nello specifico.

Mi sento spinta verso il grande oriente come una calamita da frigorifero, ed è stato – dopo alcune vicissitudini per un viaggio mancato in India – un itinerario ben studiato quello del triangolo Pechino-Xi’an-Shanghai.
Circa due settimane di spostamenti a piedi ed in treno, grandissime stazioni affollate di gente, incomprensibilità di una lingua che, in molti punti delle varie città, si presentava senza riferimenti linguistici occidentali, e con un pubblico a mandorla incuriosito ma diffidente nei confronti del turista Europeo.

Personale fotografica a Shanghai

Pechino, pardon, Beijing è stato il primo durissimo impatto con la Mainland China: io, reduce da una strepitosa e romantica Hong Kong quattro anni prima, non avevo assolutamente idea di come sarebbe stato ritrovarsi nella Capitale politico-amministrativa del paese probabilmente più potente al Mondo. Me la figuravo forse meno imperiale. Forse meno “gialla”. Meno acre, meno bruttina. Più fastosa e sfarzosa, ma non avevo tenuto assolutamente conto del carattere del cinese capitale medio; serio lavoratore indefesso? No. Lavoratore svogliato, che tenta la fuga nella sua pigrizia, ma che deve assolutamente assolvere i suoi compiti h24, non curandosi né nel bello né del giusto. Fa quello che deve fare. Molti sopravvivono solamente.

La suburbia pechinese è avvilente, sparsa, umiliante e con valore umano sotto lo zero, ma racconta di grandi campagne, caserme squadrate con finestre senza vetri e tetti sfondati, distanze apocalittiche con, sullo sfondo, centrali nucleari e cielo azzurro.

Si trae respiro dalla ben più quieta e religiosa Xi’an, un piccolo gioiello dello Shaanxi, con i suoi luoghi di delicato culto che si scontrano con il vivo mercato musulmano: colori, sapori, odori indelebili. Rossi estremi e profumi stordenti. Mai avvertiti così fortemente i sapori di una cucina dalle cotture lunghe e dalle materie prime semplici.

Meno interessante Shanghai, commerciale e spudorata, definita [in maniera sopravvalutata] la “Parigi d’oriente”; ma nel complesso dinamica e brillante, una vera metropoli. Un crocevia di tendenze, razze, soldi.

Eppure, dalla più cupa tradizione, dalle più strane abitudini, ho scorto comunque molta più libertà artistica di quanta se ne potesse concepire: Beijing, ad esempio, ha dedicato un intero quartiere al suo sviluppo contemporaneo [ il distretto 798 ], descritto brillantemente in questo articolo,  ed in forma minore persino Shanghai ha calcato queste orme [Shanghai M50].
Mi sono ritrovata sorpresa, colpita ed anche un punta da una leggera invidia, incapace di capire perché questo genere di dedizione non possa essere applicata senza preconcetti anche in Italia; ma non ho solamente sondato la parte più moderna di questo genere di mercato, ovviamente.

Fuori da un teatro, in mezzo ad un parco enorme, fiori di metallo e ordine

Ho girato per musei ed esposizioni classiche, dove l’artigianato Cinese rifulge aldilà di ogni paragone giacché mentre noi occidentali ci stavamo rotolando con i maiali e giocando con le pietre loro era già intenti ad intarsiare Giada e dipingere vasellame.
Ho compreso come un paese con una storia così importante sia diventato un Impero ineguagliabile grazie alle proprie doti manuali: non è possibile declassare l’Arte Cinese rispetto a quella del resto del mondo. Ma è possibile, invece, notare come ci sia stato poi uno stacco gigantesco tra classico e contemporaneo, come se i duri anni di regime avessero completamente azzerato estro e capacità. E forse così è stato, come per qualsiasi altra dittatura.

Ritroviamo quindi una Cina con metropoli ed estrema povertà fianco a fianco. La ritroviamo con una popolazione che non ha l’Arte come valore universale, che non ci fa caso, che la trova superflua, ma con nuove generazioni in forte risveglio culturale. La ritroviamo a forma di grandi palazzi architettonicamente identici tra loro e fondamenta con piccole gallerie, scuole, mostre per strada, graffiti, robottoni e gatti.

Nel suo modo di essere estrema mi ha raccontato tutto ciò che di ovvio c’è nell’umanità: i grandi picchi di genio e le profonde bassezze d’animo.

Forse è per questo che la Amo così disperatamente.

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