Le mie città

Il primo grande cambiamento della mia vita è stato un trasloco: si dice che i traslochi si possano paragonare ai lutti, in quanto ad intensità emotiva e stress; io avevo 13 anni e stavo lasciando la grande casa nella quale ero nata e cresciuta con tutti i miei cugini, i miei zii, i miei nonni, e mi stavo avviando al resto della mia vita.

A 13 anni ho avuto, quindi, il primo piccolo lutto per una casa che è tornata nei miei sogni in maniera spasmodica, come un fantasma in fase di persecuzione dei propri familiari: da lì ne sono seguiti altri 14. Sì, ho totalizzato, nel 2021, un bilancio di circa 15 traslochi, vai e vieni, tra case vecchie e case nuove.

Lasciando la multipiano della mia preadolescenza mi sono spostata a casa di mia nonna materna, ma prima ho dovuto attendere che i lavori di adattamento dell’appartamento fossero finiti: io, mio padre e mia madre stavamo invadendo uno spazio strutturato per una persona che, fino ad allora, era vissuta in un modo completamente diverso, quindi mi ricordo di aver atteso qualche settimana parcheggiata a casa di uno zio, a cavallo dell’inizio della nuova scuola, cioè il liceo.
Ho iniziato il liceo con la mia roba nelle scatole ed il liceo era fuori città: quindi a 13 anni ballavo tra due appartamenti che non avevano il mio odore di sempre ed ogni mattina prendevo un pullman [che di odori ne aveva tantissimi] per recarmi a Urbino, a studiare. Volevo fare la scuola d’arte, ma è una storia lunga.

Ho vissuto l’adolescenza convivendo con quella che chiamo la madre di mia madre: la madre di mia madre è una serie di parole che significa nonna materna, lo so, ma mi sembra possa allontanarla dal mio albero genealogico mentre lo scrivo. Con la madre di mia madre non è mai stata poesia e non lo è stata nemmeno con la camera in cui mi sono ritrovata, cioè una terrazza finestrata su ben due lati arredata a camera da letto: freddissima d’inverno e senza porte ma solo finestre.

Dopo il primo anno di liceo ho iniziato a comprendere i meccanismi del viaggio in pullman e mi sono dedicata a visitare le case delle persone che stavo conoscendo nelle scuole del circondario: ogni mattino tutti i pullman della provincia vomitavano gli studenti di diversi licei ed istituti nella stessa piazzetta, per dare loro modo di raggiungere il diritto allo studio autonomamente.

Prima dei 17 anni ho scoperto il treno e mi sono intrecciata sentimentalmente con persone distanti da me, dovendole raggiungere e senza nessuna barriera genitoriale ma solo economica.

Finito il liceo, a cavallo tra i 18 ed i 19, sono partita per Milano: via Padova, non ricordo quale piano senza ascensore, per frequentare Brera. Un bruciante senso di colpa per il mio mantenimento lassù da parte della mia famiglia, e la noia mortale del corso di Grafica d’Arte, mi hanno convinta a lasciare gli studi per infilarmi nell’azienda di famiglia e rimboccarmi le maniche.
A 19 anni ero fuori di casa, con il mio primo appartamento in affitto ma uno stipendio saltuario mi ha costretta a tornare da mia madre: mi ero risparmiata fino all’ultimo centesimo per comprare la mia prima auto usata – una usata di 12 anni già vissuti – ed un bilocale. Il bilocale se ne andò, l’auto, però, la tenni.

Folon
Il Giardino delle Rose

Lasciando perdere il capitolo universitario che richiederebbe altre migliaia di parole, frequentai Rimini da pendolare per poco meno di due anni, fino al trasferimento a Firenze a 23 anni: la mia città. Tutt’ora la considero tale, la considero MIA.
Firenze mi è rimasta dentro come un trapianto di cuore, come la valvola che poteva far funzionare tutto il mio apparato: mi ha fatto male, mi ha fatto bene, mi ha fatto tutto. Ho pianto e riso, ho conosciuto cose che non avrei mai pensato di trovare sulla terra, ho sofferto con tutta me stessa e mi sono dedicata.
L’ho amata e ho amato, mi sono perdutamente innamorata e ho portato via con me la donna che avrei avuto accanto per i 7 anni successivi, cambiando comunque 3 case diverse nel fiorentino.
Sì, perché a 27 anni sono ripartita con un camioncino pieno di roba per andare a vivere a Gradara e lavorare a San Marino, aprendo la mia seconda attività. Ma Gradara, così bella e così arroccata, era troppo piccola ed allora via, con un altro trasloco da ferri corti sono rientrata a Pesaro. Si affacciano i miei 28 anni, ma piano piano si avvicinano i 30, lo sento. Vivo in una zona industriale, lavoro qui e là, chiudo e riapro, mi mangio le mani e riparto. Chiudo anche la storia di una vita, anche se quella persona rimarrà mia indissolubile sorella di mille incasinamenti per sempre.

A 29 anni riparto con un’altra impresa di famiglia: è l’ultima volta, mi dico.
Lo pensavo anche dei traslochi, ma non sapevo che avrei conosciuto la persona della mia vita proprio in quel periodo: ci prendiamo per caso, per due parole messe su uno schermo, ma l’Universo è beffardo e mi ricorda che io l’avevo incontrata anni e anni prima, proprio a Firenze, maledetta Firenze, e non mi era mai uscita dalla testa.
Vado in rotta con tutto. Lei mi distrugge. Avevo pianificato di passare i miei 30 anni a scopare il panorama provinciale della costa adriatica, ma invece mi ritrovo che in Ottobre di quell’anno affronto un altro trasloco, questa volta mite e sommesso, con poche cose, per andare a stare da lei a Padova.

Il Veneto… questa strana regione che mi ha fatto vedere come vive la maggior parte della gente, in una città borghese ma affascinante come Padova la dotta, città di universitari e ingioiellate mogli di mariti pettinati; Padova la squisita, la beona, la vicina lavoratrice di Venezia (che mi stava per mangiare l’anima tanto quanto Firenze).

Arriva una occasione di lavoro per l’eccitante essere umano al mio fianco che non sa, ancora, quanto io stia già progettando le fedi nuziali: non ho ancora 31 anni ed insieme a lei scappo a Bologna.

    Qui si apre tutto il vero capitolo, qui va in scena il primo Vero Atto dei miei traslochi: l’anno prima che arrivasse la proposta ci era capitato di fare un weekend in questa città dai ricordi giovanili e, in un abbraccio stretto per amore e per il freddo, chiesi “Possiamo venire a vivere qui?”.
    Funzionò, l’Universo stesso mi ascoltò e lì ci portò: peccato che di tutte le cose belle che ricordavamo, dei periodi di spensieratezza bolognese dovuti ad un’altra età, dei Bolognesi stessi meno incattiviti dalla vita, non era rimasto quasi più nulla.

    Le case di Bologna, ora posso scriverlo al presente, sono orrendamente vecchie – ne abbiamo provate due – e con prezzi terribilmente alti; la qualità della vita non coincide minimamente con ciò che la città può e deve offrire e, purtroppo, il Bolognese medio si è ritrovato ben più intollerante di quanto si pensi.. senza sardine.
    Non solamente lo studente è diventato per lui una piaga, ma non ha più la patina libertina e sognante di Dalla: lo ricerca, lo mette su avanguardistiche insegne luminose per le strade, tiene aperto Altero per una pizza da canzonetta ma di quel noir e quella passione sporca di tigelle non ha più nulla.

    Bologna è la grassa signora col culo sui colli, gode della propria bellezza ma non è più la stessa: è diventata cattiva, snob, maniacalmente rincorsa dai soldi che vuole disperatamente fare, come se guardasse alla Lombardia con una competitività subumana. Bologna non lo sa quanto male ci ha fatto vederla diversa, invecchiata così, e viverne il panorama cittadino e lavorativo con il coltello tra i denti.
    Ma qualche angolo ancora si conserva perché un certo tipo di pensiero resiste, un certo tipo di vita non ce la fa a morire e noi l’abbiamo cercata ogni volta: ad ogni uscita, in ogni locale, su ogni autobus. L’abbiamo cercata fino all’ultimo, finché non ce ne siamo dovute andare – non ancora sposate -.

    Finché quel capitolo non si è sparso come ceneri nel mare ed è arrivata lei, l’ultima che mi sarei aspettata nella mia esistenza, con quello sguardo un po’ così, quel modo un po’ tirato via, che invece nasconde tanto. Finché non è arrivata Pisa. Ai miei 33 anni.
    Ma questa è un’altra storia.

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