Biennale di Venezia 2022

Sul photo finish sono riuscita a farmi trascinare su un treno per Venezia insieme a Chiara, nonostante il tempo ed il Lavoro mi fossero contrari. Anzi, contrarissimi.

Ovviamente visitare padiglioni sparsi, giardini e arsenale in un solo giorno non sarebbe stato possibile, quindi accennerò solamente quello che ho sperimentato in Arsenale ed in una breve toccata e fuga ai giardini (seguiti comunque da una scappata all’Acqua Alta, cicchettini, vinelli, vento, bella Venezia, battellino, ciao).

Premessa seria: quest’anno la Biennale è stata battezzata da Cecilia Alemani (classe ) e porta la fiaccola di prima donna a ricoprire il titolo di curatrice della Biennale con il leitmotiv “Il latte dei sogni“.

Dal sito della Biennale:

La Mostra nasce dalle numerose conversazioni intercorse con molte artiste e artisti in questi ultimi mesi. Da questi dialoghi sono emerse con insistenza molte domande che evocano non solo questo preciso momento storico in cui la sopravvivenza stessa dell’umanità è minacciata, ma riassumono anche molte altre questioni che hanno dominato le scienze, le arti e i miti del nostro tempo. Come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze che separano il vegetale, l’animale, l’umano e il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, delle altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? E come sarebbe la vita senza di noi?
Questi sono alcuni degli interrogativi che fanno da guida a questa edizione della Biennale Arte, la cui ricerca si concentra in particolare attorno a tre aree tematiche: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra.»

Chiaro, chiarissimo.
Alcuni dati numerici riguardano le partecipazioni a questa edizione: espongono 80 paesi sparsi tra Arsenali, Giardino e centro veneziano, con 5 nuovi ingressi (Uganda, Camerun, Oman, Namibia, Nepal), 30 eventi collaterali, 2 progetti speciali, 4 i giovani artisti emergenti che hanno partecipato alla novità del Biennale College Arte, 79 Università coinvolte nella Biennale Session, 213 artist* da tutto il Mondo, di cui 26 italian*, 1433 opere esposte di cui 80 nuove produzioni, 7 mesi di esposizione, oltre 800.000 biglietti venduti.

Ricordando a me stessa di non tornare mai più in Biennale nell’ultimo fine settimana disponibile causa innumerevoli instagrammers e spreca-tempo/spazio che intasano i padiglioni, ho iniziato a sondare gli Arsenali con un bel paio di cuffie per isolarmi dal casino circostante: gli spazi dedicati all’arte contemporanea non sono, generalmente, prestati al silenzio ma tutto quel rumore, quel vociare, tende a trascinare l’attenzione lontano da quello che si guarda.

Simone Leigh

Si apre l’ingresso con l’imponente Brick House di Simone Leigh (classe 1967) dove Madelin Weisburg riassume così l’impatto: “Evocando via via l’idea di contenitore, spazio confortevole, oggetto di consumo, santuario, Brick House fornisce un potente ritratto del corpo della donna nera come un luogo di molteplicità”.

La sala accoglie le collografie di Belkis Ayon: evocative, spirituali, profondamente legate alla ritualistica afrocubana.

Continuando il percorso mi sono soffermata su pochi – lo ammetto – lavori che mi hanno colpito per due motivi principali: le dimensioni e l’uso del colore.
Complice anche la carenza di informazioni sulle opere e la collocazione scomodissima delle targhe, l’illuminazione un po’ così e la scelta delle nuances impossibili da leggere per gli astigmatici se distano più di venti centimetri dal testo, ho saltato velocemente diversi pezzi che avrebbero meritato ulteriori indagini: preferisco una Biennale che sì, lascia spazio all’interpretazione ed alle emozioni, ma che fornisce anche più testi per poter studiare nell’immediatezza quello che si sta guardando senza dover ricorrere all’uso distraente dello smartphone.

Ho dedicato più interrogativi al lavoro di Felipe Baeza, Messicano classe ’87:
Mi apro contro la mia volontà sognando altri pianeti
Sogno altri modi di vedere questa vita

Alla speciale arte haitiana di Myrlande Constant che stupisce per ricchezza e profondità di campo su arazzi: menzione speciale dell’Arte Tessile che, in questa edizione più che in altre, ha dato un segnale forte ai visitatori dichiarando guerra con la sua presenza avvolgente, delicata, affascinante e per nulla banale o scontata. Una fusione ben riuscita tra arte e artigianato, quel tipo di binomio tanto decantato ma che solo a pochi eletti riesce davvero.
I tessuti sembrano calarsi perfettamente nel senso della Biennale intrecciando un ponte fatto di fibre tra l’essere umano e la realtà, proteggendolo ma anche estendendolo verso essa: portabandiera meritevoli Sara Enrico, Mrinalini Mukherjee, Tau Lewis, Igshaan Adams ed Emma Talbot.

Stesso concetto, ma ben più freddo e costruito, quello che riguarda le numerose installazioni che hanno compenetrato tecnologia e umanità: in qualità di fervente – tutt’ora – sostenitrice del cyberpunk in quanto proiezione del futuro prossimo, ho apprezzato fortemente questo genere di indagine.
A cosa serve la meccanica? La meccanica aiuta davvero l’essere umano nella sua esistenza? Quanto può la meccanica essere utile all’uomo e alla natura? Come può la meccanica smettere di essere un soggetto passivo delle attenzioni umane e interagire con esse? La meccanica si fonderà, presto o tardi, con la natura? Cosa succederebbe se la meccanica non esistesse affatto?

Interessantissime speculazioni seguono nei padiglioni di Giappone e Korea (a mio avviso) di cui parlerò più avanti.

Sarebbe interessante definirla “la Biennale dei materiali” per la grande varietà trattata: forse le tematiche hanno permesso – ancora più del solito – l’utilizzo di ogni tipo di supporto, dal metallo alla plastica, dal tessuto alla terra.
A proposito di materie sintetiche e naturali Teresa Solar ci inchioda con l’immagine di queste forme tra il biologico e l’industriale, il tangibile e il mitico, le sue opere di scultura, disegno e video presentano un mondo ibrido, modulato dalla finzione e dal racconto, dalla storia naturale, dall’ecologia e dall’anatomia (così dice Madeline Weisburg).

Elias Sime

Mi sento di segnalare inoltre l’interessante lavoro di Elias Sime, etiope classe ’68, che intrecciando cavi elettrici e chiodi ha portato in mostra pale di bassorilievi con pattern eccezionali: “L’uso che Sime fa del colore, dei motivi e delle griglie è spesso una citazione di paesaggi osservati da un velivolo o da un satellite, evocando vedute naturali segnate dal lavoro e dall’avanzamento umano. (Ian Wallace)“.

Menzione super speciale e break su questa recensione noiosissima con la presenza indubitabile di Niki de Saint Phalle: sempre attraente, sempre prorompente con il concetto di Nanas e quel richiamo costante all’imponente lavoro al Giardino dei Tarocchi che, personalmente, ritengo il miglior manuale di lettura del suo spirito artistico.
Aggiungo, tanto amata e mai dimenticata, Nan Goldin: sono di parte, per me è una questione personale perché amo la Goldin come fotorafa e come essere umano incontenibile.

In proiezione troviamo Sirens: “Sirens (2019–2020) è concepito come un omaggio a Donyale Luna, spesso citata come la prima top model afroamericana, morta nel 1979 per un’overdose di eroina. Intitolato come le creature della mitologia greca il cui canto attirava i marinai verso una tragica morte lungo le coste, Sirens è un montaggio di brevi clip tratte da trenta film – tra cui Satyricon e i lavori di Kenneth Anger, Lynne Ramsay, Henri-Georges Clouzot e Federico Fellini, oltre ai provini di Luna per Andy Warhol e alle riprese di un rave londinese nel 1988 – e compone un corollario filmico della seducente euforia che circonda l’uso di droghe. Accompagnato dalle musiche di Mica Levi, il film presenta un’interpretazione romantica e glamour del piacere che si prova sotto l’effetto degli stupefacenti, mentre il titolo allude ai pericoli associati all’uso degli oppiacei e alla difficoltà di sottrarsi alla loro morsa. (Ian Wallace).

Nello snodo dell’Arsenale ci si può perdere per giorni, tanto quanto ai famosi Giardini: tuttavia, in questa tappa, io mi sono smarrita ben poco non avendo abbastanza tempo ed essendoci l’inondazione selvaggia di fruitori da ogni angolo della Terra.
Per questa iper-presenza ho evitato padiglioni illustri (Danimarca, Gran Bretagna, Francia e Grecia), toccandone pochi altri.
Aneddoto rilevante a proposito di questo argomento (il sovraffollamento) è quello di una bionda con accento straniero che, vedendoci (me e Chiara) in fila per il bagno ci ha affiancate chiedendoci quale padiglione fosse quello per il quale eravamo in coda: più gente c’è all’ingresso più è imperdibile?

Taglierò corto perché documentare padiglione per padiglione oggi non fa per me ma suggerisco a chi mi legge, e magari non è mai andato a visitare questa opera d’arte organica multidisciplinare quale è la Biennale di Venezia, di dividere la visione di Arsenale e Giardini proprio per non incorrere in un possibile sovraccarico sensoriale.

La virgola finale la metto comunque sul blocco Korea che si è spinto un po’ più in là, in maniera fantascientifica, nell’indagine del rapporto uomo/tecnologia; intensa la rielaborazione dello spazio del padiglione Spagna, con tutto quel bianco architettonico che prende a ceffoni i visitatori; imperdibile il padiglione Venezia anche se l’iperrealismo tende sempre a fare tappo ed attirare solo trilioni di instagrammers selvaggi ( vedi p. Danimarca, il cui senso si è dissolto nel “andiamo a vedere un centauro morto” ); complesso il padiglione Giappone che meritava davvero di essere assaporato in silenzio: qui avrei gradito trovare un guardiano rompicoglioni che avesse imposto maggiore rigore agli stormi di Conuri muniti di fotocamera sempre accesa per farsi il video del secolo e sembrare più intelligenti di quello che il loro reel dichiara.

Approfondimenti ulteriori:
Art Tribune (tutti gli articoli)
La divertente lettera di Barilli a Viola, il lamento della polemica (giustificata)
Arte.it
Il Giornale dell’Arte (tutti gli articoli)

Dove: TUTTA VENEZIA
Quando: Biennale Arte dal 23/04/2022 al 27/11/2022

Sito ufficiale della mostra trovabile qui

Orari: dal 23 aprile al 25 settembre, ore 11 – 19 (ultimo ingresso 18:45); dal 27 settembre al 27 novembre, ore 10 – 18 (ultimo ingresso 17:45); solo sede Arsenale, fino al 25 settembre: venerdì e sabato apertura prolungata fino alle ore 20 (ultimo ingresso: 19.45).

Disposizione opere: 9
Illuminazione: 7 (alcuni padiglioni sono stati penalizzati)
Tematica: 8
Prezzo: 25€
Tempo: tutto il giorno e ben di più

Titolo di coda: la Biennale e la Neutralità Carbonica

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