Deficit/The Lack

Firenze, Galleria Poggiali&Forconi

galleria

Informazioni sulla galleria, sita in via della Scala 35a, le trovate qui.
E tenetela d’occhio perché lì dentro ci fanno sempre un sacco di bella roba.

Il comunicato stampa della mostra lo trovate direttamente sul sito della Galleria, cioè qui.
Io invece vi regalo anche la piantina della disposizione delle opere e la Cartolina e la Disposizione delle Opere.

Arrivo previsto per le 9.30 circa, a Galleria ancora chiusa. La curatrice ci apre gentilmente e si mostra ben disposta a lasciarci fare foto e commenti.
Ovviamente ci si accorge solo a metà percorso di aver intrapreso la mostra dalla fine e non dall’inizio, quindi procediamo al contrario.

Galleria sbiancata: pavimento bianco, pareti bianche, soffitti bianchi, suppellettili bianchissime e primi quadri di Krysztof Klusik che non spiccano per soggetto ma un po’ per esecuzione si.
Le pitture di quest’uomo, che ha scelto il quadro come veicolo principale di comunicazione, si distinguono per la “S-dettagliatezza” del soggetto, infatti nel foglio biografico si legge: “toglie dai quadri dettagli fondamentali, come ad esempio da un’automobile il guidatore e i passeggeri o dipinge come soggetto un paio di scarpe a cui manca una persona che le indossi. Attraverso l’assenza Klusikdegli oggetti e dei soggetti, l’artista porta quindi lo spettatore in una dimensione di solitudine in cui meditare su ciò che manca nella nostra società, come l’identità del singolo, l’affetto, ma anche gli ideali morali e politici“.

Efficace.

In alcuni quadri si intravede la griglia fatta a matita, Accademia di belle Arti style, e le orchidee che sembrano fatte a gessetti.

Vabé, son già contenta, lascio Valentina a fotografare ogni millimetro della prima sala e mi fiondo dietro il tendone nero di una sala proiezione e dove c’è una sala proiezione c’è sempre qualcosa di interessante da vedere.
Infatti non mi tradisco e becco “Figure Studies” del 2012 di un certo David Michalek e ritrovo un’affascinante omogeneità muscolare in movimento: a differenza di Klusik, qui il dettaglio non è solo fondamentale ma è anche osservato, esaltato, sottolineato ad un rallenty estenuante.

È un inno alla bellezza dell’uomo quale macchina perfetta della natura, con un’insalata mista di corpi scultorei o inflacciditi dal tempo, l’altalenante bellezza dei segni del tempo che qui un poco rallenta e si spezza su un tacco a spillo sotto il corpo di una donna bellissima e nuda, una piattaforma che ruota per mostrare una coppia di genitori a 365°, i tatuaggi di un funambolo.
L’insieme lento di queste riprese riesce a ipnotizzare lo spettatore, o ad innervosirlo fino a fargli urlare “Perché non parli!”.
Fisici diversi con movimenti diversi, ma il tutto ha anche un ché di ingegneristico.

Mi scuoto dal torpore e mi autocostringo ad andare a studiare “Becky“, parte dell’installazione riguardante la Sig.ra Becky Silvertein messa in piedi sempre da Michalek.
Qui, devo dirlo, Becky è una grafomane.
E il grafomane, come soggetto disturbato, ha un fascino magnetico al quale il fotografo non sa resistere: infatti le prime sono scorci della residenza di questa donna dove ogni singola superficie, persino i barattoli dei fagioli, è ricoperta di scritte e disegni.
Quello di Becky è un mondo pieno di preghiere e sussurri, ed è così avvolgente da ricreare una piccola camera scura piena di fotocopie di fogli scritti da lei, in collaborazione con Michalek, con una sedia messa in un angolo e la foto illuminata della sussurratrice dall’altro capo del loculo.
L’effetto desiderato ed efficacemente ottenuto è quello di immergere il visitatore nel mondo di Becky e fargli assaggiare l’aria mistica che questa donna racchiude dentro di sé.

Una chicchina di questo videoartista.

A fatica mi stacco da lì per andare a prendere Valentina per un braccio – rimasta impalata a Figure Studies – e trascinarcela dentro. Restiamo ancora quanto basta prima di essere accompagnate da un simpatico signorotto in una sala distaccata della Galleria per vedere l’ultimo pezzo della mostra, ossia “Deep Play” di Harun Farocki, videoinstallazione di 12 differenti prospettive in cui è stata ricostruita la finale dei mondiali Italia-Francia del 2006.
Sostanzialmente si tratta dell’eviscerazione presente nel mondo del calcio da parte dell’analisi e del mercato che ne ruota intorno, come metafora del “gap tra la tecnologia visiva e la sostanziale perdita di focus e d’attenzione su quello che si sta osservando [cit]“: molto spesso, anche nell’Arte, ci capita di porci all’oggetto osservato con uno spirito eccessivamente critico e con l’esigenza di espropriarlo di qualunque significato, fino a farlo diventare solo una sequenza di commenti e di meccanici perché.
Questo comportamento passa dall’essere input di curiosità a morbosa trasfigurazione delle cose.

Unica opera persa della giornata è “Nothing ventured” di Harucki causa monitor spento. Me ne sono fatta una ragione.

In fin dei conti l’esposizione mi è piaciuta.
Si è posta in modo scorrevole e riflessivo su alcune carenze contemporanee di ideali e di valori o di semplici percezioni tra reale e irreale, senza esagerare o tirare troppo i propri Artisti.
Ho sentito il distacco, ancora prematuro, di Klusik, lo mancanza di profondità spirituale, poi colmata, di Michalek con Becky, l’impossibilità di apprezzare le cose, senza distruggerle, con Harucki.

E sì, mi è proprio piaciuta.

Disposizione opere: 9
Illuminazione: 10
Tematica: 9
Prezzo: //
Tempo: 1h

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